

139. Le basi del decollo economico italiano.

Da: G. Procacci, Storia degli Italiani, secondo, Laterza, Bari,
1968.

    Grazie al protezionismo economico concesso dai governi della
Sinistra, l'industria pesante italiana aveva gi conosciuto, a
partire dagli anni 80 dell'Ottocento, un certo sviluppo, che si
era mostrato tuttavia squilibrato settorialmente e
geograficamente, favorendo gli industriali settentrionali e i
latifondisti meridionali, e cio il cosiddetto blocco agrario-
industriale. Un tale tipo di sviluppo, pur mantenendo le stesse
caratteristiche precedenti, ebbe una potente accelerazione,
trasformandosi dal 1896 fino alla prima guerra mondiale in un vero
e proprio boom. La percentuale dell'industria nella composizione
del prodotto lordo crebbe, pur restando ancora nettamente al di
sotto di quello fornito dall'agricoltura. Come puntualizza in
questo brano lo storico italiano Giuliano Procacci i fattori che
favorirono il decollo industriale italiano vanno ricercati nella
favorevole congiuntura internazionale, nell'ampia concessione di
finanziamenti creditizi alle industrie protette dallo stato e
nel basso costo della manodopera.


L'ultimo quarto del secolo diciannovesimo era stato per l'economia
dell'Europa capitalistica un periodo di vacche magre. A partire
dagli ultimi anni del secolo per, come  noto, essa entrava in
una nuova fase di sviluppo accelerato e di grande espansione.
L'Italia, che aveva risentito della precedente crisi, trasse da
questa generale ripresa economica lo slancio per una nuova
crescita e per il suo autentico decollo.
A partire circa dall'anno 1896 tutti gli indici economici mostrano
infatti una netta tendenza all'ascesa. Tra il 1896 e il 1908 il
saggio di sviluppo annuale dell'industria italiana nel suo
complesso fu notevolmente elevato, il 6,7 per cento, e per certe
industrie pilota, quali la metallurgia, la chimica e la meccanica,
esso fu superiore al 12 per cento. Spettacoloso fu poi il decollo
dell'industria automobilistica, quasi un presagio del colossale
sviluppo che essa avrebbe avuto in tempi pi recenti. Le societ
produttrici di automobili vennero rapidamente moltiplicandosi e
dalle 7 del 1904 si pass nel 1907 alla rispettabile cifra di 70.
La principale tra di esse era gi allora la Fiat,     fondata nel
1899, le cui azioni da una quota di 25 lire salirono
vertiginosamente in pochi anni a lire 1.885. Un'altra industria
quasi interamente nuova fu quella elettrica, nello sviluppo della
quale molti allora videro con un ottimismo eccessivo la
possibilit di emancipare l'Italia dalle pesanti importazioni di
carbone: dai 100 milioni di kilowattora del 1898 essa pass ai 950
del 1907, per svilupparsi negli anni successivi con un ritmo molto
sostenuto sino a raggiungere i 2.575 milioni di kilowattora nel
1914.
Da paese prevalentemente agricolo quale esso era ancora alla fine
del secolo diciannovesimo, l'Italia si avviava cos rapidamente a
divenire un paese agricolo-industriale. Se nel 1900 1'agricoltura
rappresentava il 51,2 per cento del prodotto lordo privato e
l'industria il 20,2 per cento, nel 1908 il divario era gi
sensibilmente ridotto, rispettivamente il 43,2 per cento e il 26,1
per cento, segno di una tendenza che ormai non si sarebbe pi
invertita. Bisogner pero aspettare il 1930 perch, per la prima
volta nella storia dello Stato italiano, si registri un'eccedenza
del valore della produzione industriale su quella agricola. In
conseguenza di questo sviluppo industriale alcune delle principali
citt italiane vennero assumendo sempre pi l'aspetto di grossi
centri industriali. Ci accadde naturalmente soprattutto
nell'Italia settentrionale, dove Milano rafforz la sua
candidatura a capitale morale e economica del regno e dove Torino
ritrov, con le sue fabbriche e le sue officine automobilistiche,
il prestigio che aveva perduto dopo il trasferimento della
capitale e da grossa citt di provincia, dominata da
un'aristocrazia municipale e clericale, venne trasformandosi in un
grande centro industriale, campo di azione di una borghesia
intraprendente e spregiudicata. Nel Mezzogiorno solo Napoli ebbe
una sua appendice industriale a Bagnoli, dove nel 1905 entr in
funzione un grande impianto siderurgico della societ Ilva.
Lo sviluppo industriale italiano del primo decennio del nostro
secolo non modific in nulla le caratteristiche dell'apparato
produttivo quale si era venuto formando negli ultimi decenni del
secolo diciannovesimo, ma anzi le accentu. L'avvento della banca
mista di tipo tedesco, operante nel settore del credito mobiliare
per il finanziamento industriale, ribad ancor pi la
subordinazione dell'industria nei confronti della finanza, con il
risultato che il pi consistente sostegno finanziario del capitale
bancario, fortemente immobilizzato, andava a quelle imprese che
promettevano profitti pi immediati e pi spettacolari. Tali erano
le industrie protette, che furono infatti le maggiori
protagoniste del primo boom industriale italiano. Prima fra tutte
l'industria siderurgica che venne rapidamente assumendo,
attraverso una serie di successivi incorporamenti e accordi, le
dimensioni di un autentico trust [concentrazione d'imprese
operanti nello stesso settore], al quale facevano capo sia i
vecchi impianti di seconda lavorazione di Terni e di Savona, sia
quelli di recente costruzione e a ciclo integrale di Piombino e di
Bagnoli, che utilizzavano il minerale dell'isola d'Elba. Il trust
siderurgico, nel quale fortissima era la partecipazione della
Banca Commerciale, produceva a prezzi notevolmente superiori a
quelli del mercato internazionale e aveva perci la sua principale
risorsa nelle commesse dello Stato [l'industria italiana non
poteva competere sul mercato mondiale, ma, dato il protezionismo
doganale, in Italia non aveva concorrenza]. Altre industrie
fortemente protette erano quella cotoniera, che tra il 1900 e il
1908 vide crescere la propria produzione da 118.602 tonnellate di
filati a 179.776 e triplicare i capitali in essa investiti, e
quella degli zuccheri che conobbe anch'essa incrementi rapidissimi
nel periodo in questione fino a raggiungere una crisi di
sovrapproduzione. La ragione di quest'ultima non era per la
saturazione del mercato (il consumo di zucchero degli italiani era
nel 1913 di 3 chilogrammi pro capite annui: uno dei pi bassi
d'Europa), ma l'alto prezzo del prodotto. Piuttosto che diminuirlo
gli industriali zuccherieri preferirono dopo il 1913 dimezzare la
loro produzione. Di una forte protezione beneficiava pure
l'industria cantieristica strettamente collegata alla siderurgia
attraverso la Terni, mentre quella meccanica, che aveva basi pi
sane e camminava meglio con le proprie gambe, non avrebbe peraltro
conosciuto i forti incrementi che essa conobbe, senza le massicce
commesse dello Stato in seguito all'avvenuta nazionalizzazione
delle ferrovie.
Ma la protezione di cui godevano i pi cospicui settori
dell'industria italiana non  sufficiente a spiegare il loro
rapido sviluppo, se non si tiene conto anche di un altro elemento,
e cio del basso costo della manodopera.
L'operaio italiano all'inizio del secolo non era solo uno tra i
peggio pagati d'Europa, ma era anche quello che aveva i pi lunghi
orari di lavoro. Nessuna legge infatti ne regolava la durata,
sicch questa in definitiva era determinata dai rapporti di forza
esistenti tra operai e padroni. Se talune categorie operaie
particolarmente agguerrite e compatte erano riuscite, a forza di
scioperi, a strappare una giornata di lavoro che si aggirava in
media sulle otto ore, altre categorie pi deboli e in cui era
prevalente la manodopera femminile e di provenienza contadina,
quali i tessili, lavoravano spesso dodici ore al giorno o anche
pi. In certi casi la giornata di lavoro si misurava secondo il
sistema tradizionale, dal sorgere al tramontare del sole. Per
quanto concerne poi i salari, a tenerne basso il livello,
nonostante gli aumenti che si erano avuti in seguito alle
agitazioni e agli scioperi dei primi anni del secolo, contribuiva
molto il largo impiego della manodopera femminile e minorile. La
paga di un'operaia e di un ragazzo si aggirava infatti
rispettivamente attorno alla met e al terzo della paga di un
operaio adulto.
